Riccardo Bianchi
A Roma sta diventando una cattiva abitudine: si progetta sulla carta, si modifica la vita di migliaia di persone e solo dopo, quando arrivano code, proteste e problemi, si scopre che forse sarebbe stato opportuno ascoltare prima chi in quelle strade vive ogni giorno.
La vicenda del cosiddetto black point tra Nomentana, via del Casale di San Basilio, via Diego Fabbri, via Tino Buazzelli e via Nicola Maria Nicolai è diventata un caso emblematico.
Perché qui bisogna essere chiari fin dall’inizio: l’intervento di messa in sicurezza era necessario.
Negarlo sarebbe irresponsabile.
Roma Capitale ha spiegato che, in un triennio, nelle tre intersezioni interessate si erano verificati 53 incidenti, con due morti e 39 feriti, per un costo sociale stimato in circa 5,2 milioni di euro.
Quindi il problema esisteva.
Ma una cosa è mettere in sicurezza una strada. Un’altra è progettare una soluzione che rischia di spostare i problemi da una strada alle altre, scaricandoli direttamente dentro i quartieri.
Ed è precisamente questo che gli abitanti denunciavano da tempo.
I residenti lo dicevano prima dell’apertura del cantiere
La storia è importante perché impedisce di liquidare le proteste come la solita opposizione di chi non vuole cambiare nulla.
Già il 12 luglio 2024, più di un anno prima dell’entrata in funzione della nuova viabilità, la questione arrivò davanti alla Commissione speciale Giubileo del Consiglio regionale del Lazio.
I comitati Giardino Nomentano e San Cleto contestavano la soluzione scelta.
Il progetto prevedeva sostanzialmente di istituire il senso unico sulla Nomentana e utilizzare parte della viabilità locale per costruire un grande circuito alternativo.
Ma durante quell’audizione emerse qualcosa che oggi sarebbe opportuno ricordare.
Secondo il resoconto ufficiale del Consiglio regionale, anche rappresentanti della Polizia Locale manifestarono perplessità, parlando del rischio di un forte aumento del traffico dentro il quartiere e di strade con sezioni non adeguate, sulle quali sarebbero state deviate anche tre linee Atac.
Non erano quindi soltanto le paure di qualche residente.
C’erano obiezioni tecniche.
E c’era una domanda semplicissima: per rendere più sicuro un incrocio bisogna necessariamente complicare la mobilità di un intero quadrante?
Anche i Municipi avevano espresso perplessità
Il dissenso, inoltre, aveva attraversato gli schieramenti.
Nell’audizione regionale del 2024 venne ricordato che sia il III sia il IV Municipio avevano manifestato contrarietà alla soluzione proposta.
Un successivo atto ufficiale del Municipio III ricostruisce ancora più chiaramente la vicenda: ricorda l’opposizione dei comitati, il ricorso al TAR, le osservazioni formulate nelle commissioni municipali e la posizione contraria espressa dal Municipio IV.
Eppure il progetto andò avanti.
Nel febbraio 2025 fu approvata persino una variante urbanistica puntuale attraverso un’ordinanza del Commissario straordinario per il Giubileo. L’intervento riguardava ufficialmente proprio le intersezioni Nomentana-Fabbri-Casale di San Basilio-Buazzelli-Nicolai.
A giugno partirono i lavori.
Il quartiere trasformato in un grande circuito
Il cuore della contestazione riguardava il nuovo schema di circolazione.
La Nomentana, tra via del Casale di San Basilio e via Diego Fabbri, sarebbe diventata a senso unico verso il centro.
Chi percorreva invece la Nomentana verso il Grande Raccordo Anulare avrebbe dovuto deviare su via Diego Fabbri e raggiungere nuovamente via del Casale di San Basilio passando attraverso via Tino Buazzelli.
In sostanza, una parte del traffico che percorreva una delle grandi direttrici consolari di Roma veniva trasferita sulla viabilità locale.
Era esattamente ciò che gli abitanti temevano.
Il Comune sosteneva invece che le simulazioni indicassero una maggiore fluidità e che l’aumento del traffico sulle strade interessate non sarebbe stato sostanziale. Lo dichiarò una rappresentante del Dipartimento Mobilità durante la seconda audizione regionale del settembre 2024.
Due visioni completamente differenti.
Poi è arrivata la realtà.
Oltre mille persone sono scese in strada
Il 20 settembre 2025 San Basilio non protestò attraverso qualche commento su Facebook.
Più di mille persone scesero in corteo, 1.300 secondo gli organizzatori.
Residenti di San Basilio, San Cleto, Giardino Nomentano e Talenti contestavano il nuovo assetto.
Uno degli slogan sintetizzava perfettamente la questione: “No ai quartieri rotatorie”.
Ed è difficile sostenere che mille persone decidano improvvisamente di manifestare perché provano un’avversione ideologica per la sicurezza stradale.
Quelle persone vivono lì.
Portano i figli a scuola lì.
Fanno la spesa lì.
Prendono gli autobus lì.
Entrano e escono dal quartiere ogni mattina.
Un modello di simulazione può essere indispensabile per progettare una strada. Ma non può sostituire completamente la conoscenza quotidiana del territorio di chi quella strada la percorre da vent’anni.
Questa è la lezione che il Campidoglio dovrebbe imparare.
Poi il Comune ha cominciato a correggere il progetto
Ed ecco il passaggio che rende difficile sostenere che le proteste fossero completamente infondate.
Il 20 settembre l’assessore capitolino alla Mobilità Eugenio Patanè annunciò che gli uffici avrebbero verificato modifiche al progetto per tenere insieme sicurezza stradale e vivibilità.
Pochi giorni dopo arrivò la svolta.
Il 2 ottobre 2025 Roma Capitale annunciò ufficialmente una revisione dell’intervento.
La Nomentana, tra via Diego Fabbri e via del Casale di San Basilio/Casal Boccone, sarebbe tornata a doppio senso.
Anche via del Casale di San Basilio sarebbe tornata a doppio senso.
E il comunicato ufficiale conteneva una frase importante: le modifiche tenevano conto anche delle segnalazioni dei cittadini e dei comitati.
Il 27 novembre il ripristino dei doppi sensi è diventato operativo.
Tradotto dal burocratese: quello che i residenti denunciavano meritava ascolto.
Ma oggi il problema non può essere considerato chiuso
Ed eccoci alla situazione attuale raccontata da RomaToday.
Il Consiglio municipale torna a chiedere interventi sulla viabilità perché continuano a essere segnalate criticità e incidenti.
Ed è qui che bisogna cambiare completamente metodo.
Non serve una battaglia ideologica tra chi vuole il “black point” e chi vuole cancellarlo.
Serve verificare i risultati.
Roma Capitale aveva definito l’intervento sperimentale e aveva annunciato una sperimentazione fino a sei mesi durante la quale sarebbero stati valutati tre elementi precisi:
traffico, sicurezza e inquinamento.
Benissimo.
Allora quei dati devono essere pubblicati.
Quanti incidenti sono avvenuti prima dell’intervento?
Quanti dopo?
In quali intersezioni?
Con quale dinamica?
Quanto sono cambiati i tempi medi di percorrenza?
Quanto traffico è stato trasferito su via Fabbri e sulle strade interne?
Come sono cambiati i tempi delle linee Atac?
Ci sono stati nuovi punti di conflitto?
Sono aumentate o diminuite le emissioni dovute alle code?
Questa deve essere la discussione.
Non la difesa politica di un progetto perché ormai è stato realizzato.
La sicurezza non può diventare l’alibi per qualsiasi intervento
C’è un equivoco che va spezzato.
Quando un’amministrazione presenta un’opera sotto la parola “sicurezza”, chiunque la critichi rischia di essere dipinto come quello che preferisce gli incidenti.
È un ragionamento assurdo.
I residenti di San Basilio non chiedono strade pericolose.
Chiedono esattamente il contrario.
Vogliono che venga eliminato un punto ad alta incidentalità senza crearne altri e senza rendere infernale la vita quotidiana del quartiere.
Le due esigenze non sono incompatibili.
Un progetto intelligente deve riuscire a soddisfarle entrambe.
E quando non ci riesce, si modifica.
Qui la politica dovrebbe avere il coraggio di dire: abbiamo sbagliato
C’è una strana concezione dell’amministrazione pubblica secondo la quale ammettere un errore equivale a una sconfitta.
È il contrario.
Se un progetto sperimentale non produce i risultati previsti, la sua modifica è esattamente ciò che dovrebbe accadere.
Lo stesso Patanè, nel settembre 2025, lo aveva detto chiaramente: se l’opera non avesse funzionato, l’amministrazione sarebbe stata pronta a modificarla oppure a tornare al precedente sistema di viabilità.
Quella promessa oggi deve valere.
Non può esistere un investimento pubblico talmente importante da diventare intoccabile.
I soldi già spesi non giustificano altri errori.
È il principio elementare del costo sommerso: continuare con una soluzione sbagliata soltanto perché è costata denaro significa rischiare di spendere ancora di più per difenderla.
Prima vengono le persone, poi vengono i progetti
San Basilio merita soprattutto rispetto.
Per troppo tempo le periferie romane sono state considerate luoghi sui quali sperimentare trasformazioni decise altrove.
Nel centro storico ogni modifica provoca conferenze, confronti, studi e discussioni infinite.
In periferia troppo spesso arriva una planimetria e si comunica ai residenti come cambierà la loro vita.
Questo metodo deve finire.
Perché chi abita a San Basilio non è un ostacolo alla modernizzazione della città.
È la città.
La sicurezza stradale deve essere perseguita con determinazione proprio perché due persone hanno perso la vita e decine sono rimaste ferite in quelle intersezioni.
Ma mettere in sicurezza significa diminuire il rischio complessivo, non semplicemente spostarlo di qualche centinaio di metri.
Adesso il Campidoglio pubblichi i risultati
La richiesta da fare a Roma Capitale è quindi molto precisa.
Pubblicare integralmente i risultati della sperimentazione del black point di San Basilio, confrontando il periodo precedente e quello successivo all’intervento per incidentalità, feriti, flussi di traffico, tempi di percorrenza, trasporto pubblico e inquinamento.
E farlo strada per strada.
Se i numeri dimostreranno che l’attuale configurazione funziona, dovrà essere spiegato ai cittadini con i dati.
Se dimostreranno che alcune modifiche hanno funzionato e altre no, bisognerà intervenire.
Se invece emergerà che la nuova configurazione ha semplicemente trasferito traffico e pericolo altrove, bisognerà avere il coraggio di tornare indietro.
Non sarebbe una vittoria dell’opposizione.
Non sarebbe una sconfitta della Giunta Gualtieri.
Sarebbe semplicemente buona amministrazione.
Perché un quartiere non deve adattarsi a un progetto.
È il progetto che deve funzionare per il quartiere.
E dopo due anni di proteste, audizioni, ricorsi, cortei, modifiche e nuovi problemi, gli abitanti di San Basilio hanno conquistato almeno un diritto che nessuno dovrebbe più mettere in discussione: essere ascoltati prima che qualcuno decida ancora una volta, da una scrivania, come devono vivere le loro strade.
Fonti principali: Roma Capitale – avvio e dati del Black Point San Basilio; Consiglio regionale del Lazio – audizione del luglio 2024; Consiglio regionale – seconda audizione sul progetto; Roma Capitale – ripristino dei doppi sensi di marcia; Gazzetta Ufficiale – ordinanza e variante urbanistica BP005.




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