Ramona Castellino
Il monastero millenario resta al centro di una controversia con le autorità egiziane.
Dietro la questione delle proprietà emerge il problema della reale autonomia dei cristiani in un Paese che proclama la tolleranza, ma dove la libertà religiosa continua a incontrare ostacoli.
Non è soltanto quindi una questione di terreni.
La controversia sul monastero di Santa Caterina, nel Sinai, riporta in primo piano una domanda ben più importante: quale spazio reale viene riconosciuto alla presenza cristiana in Egitto?
Fondato nel VI secolo ai piedi del Monte Sinai, il monastero è uno dei luoghi più antichi della cristianità ancora oggi abitati.
Custodisce manoscritti, icone e testimonianze di valore inestimabile ed è patrimonio mondiale dell’UNESCO.
La disputa con il governo egiziano, riguarda decine di terreni sui quali sorgono il monastero e le sue strutture.
La giustizia egiziana ha riconosciuto la proprietà statale delle aree, garantendo tuttavia ai monaci il diritto di utilizzarle per le loro attività religiose.
È proprio questa distinzione a suscitare interrogativi.
Il Cairo assicura che Santa Caterina continuerà a essere un monastero cristiano e che la sua funzione religiosa sarà preservata.
Ma per le autorità ecclesiastiche la questione non può essere ridotta a una garanzia amministrativa.
Una comunità religiosa può essere veramente libera se la propria presenza dipende dalla concessione dello Stato?
Il problema assume un significato particolare in Egitto, dove i cristiani copti costituiscono una minoranza numericamente consistente, ma continuano a denunciare discriminazioni, difficoltà nell’edificazione dei luoghi di culto e restrizioni alla libertà religiosa.
La vicenda di Santa Caterina diventa così un banco di prova della distanza tra tolleranza proclamata e libertà concretamente garantita.
Il monastero non è soltanto un edificio antico.
È una testimonianza vivente della continuità della presenza cristiana nel Sinai.
Da secoli la comunità monastica custodisce un patrimonio spirituale e culturale che appartiene alla storia della Chiesa universale.
La sua sopravvivenza rappresenta anche una straordinaria testimonianza della presenza cristiana in una regione profondamente segnata dalle trasformazioni religiose e politiche.
Per questo la questione dovrebbe interessare anche l’Europa cristiana.
Difendere Santa Caterina, significa difendere il principio secondo cui la libertà religiosa non può essere subordinata alla benevolenza del potere politico.
Una Chiesa non è realmente libera se può pregare soltanto finché lo Stato decide di concederglielo.
Il governo egiziano ha promesso che il monastero sarà tutelato.
Ora dovranno essere i fatti a dimostrarlo.
Perché nel Sinai non è in gioco soltanto la proprietà di alcuni appezzamenti di terra.
È in gioco la possibilità per una comunità cristiana millenaria di continuare a vivere, pregare e custodire la propria identità senza dover chiedere il permesso al potere politico.




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