Giulio Saraceni
Sarà perché è un diritto. Ormai basta dirlo e tutto acquista immediatamente un’aura di sacralità. Non serve più spiegare molto: basta appiccicare la parola diritto a qualcosa e la discussione può tranquillamente considerarsi conclusa.
È un diritto.
Fine.
Il problema è che, a furia di chiamare “diritto” qualunque cambiamento del costume, prima o poi rischiamo di non capire più la differenza tra una libertà da tutelare, una pretesa da discutere e una semplice trasformazione della società.
Ma guai a farlo notare.
Perché se una cosa è un diritto, evidentemente chi la mette in discussione è contro i diritti. E se è contro i diritti, è automaticamente dalla parte sbagliata. Il ragionamento è perfetto nella sua semplicità: non richiede argomenti, soltanto etichette.
Così anche il costume si è fatto costituzionale.
Cambiano le abitudini? Diritto.
Cambiano le sensibilità? Diritto.
Cambiano le convenzioni sociali? Diritto.
Qualcuno desidera che la legge riconosca una nuova situazione? Diritto, naturalmente.
E l’Italia, in questo esercizio semantico, è maestra: abbiamo una straordinaria capacità di trasformare ogni discussione culturale in una questione di diritti, possibilmente con tanto di indignazione incorporata.
La parola “diritto” è diventata una specie di jolly linguistico: la cali sul tavolo e puoi evitare di spiegare perché una determinata cosa dovrebbe essere considerata tale.
Sarà perché è un diritto…
Ma magari, ogni tanto, sarebbe utile fermarsi un secondo e chiedersi: è davvero un diritto o è semplicemente cambiato il modo in cui viviamo?
Domanda pericolosissima, lo ammetto.
Potrebbe addirittura costringerci a discutere.
E questo, di questi tempi, è quasi sovversivo.




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