L'Italia Quotidiano

SENTENZA POLITICA SUL ‘9 OTTOBRE’

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Nicola Trisciuoglio

La Corte d’Appello capitolina conferma le condanne ai dissidenti di Piazza del Popolo… per il presunto assalto alla C.G.I.L. 

Otto anni e sei mesi a Roberto Fiore. Otto anni e sette mesi a Giuliano Castellino. Otto anni e sei mesi a Luigi Aronica. Otto anni e due mesi agli altri imputati. La Corte d’Appello di Roma ha confermato le condanne pronunciate in primo grado per i fatti del 9 ottobre 2021.
Non si sfonda nemmeno questa volta. Il muro del sistema tiene.
Tiene e regge, ancora una volta, quell’interpretazione dell’articolo 419 del codice penale che da anni la giurisprudenza adopera per trasformare una norma eccezionale, nata per colpire fatti capaci di sconvolgere realmente l’ordine pubblico, in una terribile macchina sanzionatoria applicabile alle manifestazioni di piazza.
Oggi è uno di quei giorni nei quali l’avvocato resta solo. Non perché abbia perduto una causa, ché alla sconfitta egli deve essere avvezzo, ma perché talvolta, insieme all’uomo che difende, gli pare sconfitto anche il diritto che aveva invocato. Ed è allora che la toga pesa davvero: quando la giustizia, invece di apparire come ultimo rifugio della legge, rischia di mostrarsi cosa vana.
Vi è qualcosa di amaramente paradossale in tutto questo. L’articolo 419 appartiene al Codice Rocco, appartiene ad un codice concepito non come strumento difensivo del sistema…
È un’amara ironia della storia.
Il legislatore fascista, nella costruzione dogmatica di quella fattispecie, mostrava talvolta confini che la decadente democrazia modernista pare oggi insofferente persino a riconoscere, quasi che ogni limite posto al potere punitivo dello Stato sia divenuto un intralcio quando dinanzi allo Stato si presenti non il popolo belante, ma il popolo dissidente.
È l’infinita tristezza di quando il diritto diviene misura della libertà… perché le regole hanno valore precisamente quando proteggono chi disturba, chi protesta, chi grida, chi contesta…
Il 9 ottobre 2021 non nacque come un’operazione militare e neppure come un progetto di devastazione. Fu una immensa ed a tratti confusa festa di piazza, una moltitudine composita, rabbiosa certamente, esasperata, politicamente eterogenea, riunita contro le misure repressive di un tempo che oggi viene condannato nella gestione dei poteri politici e sanitari…
Non vi fu quella lesione dell’ordine pubblico che possa identificarsi con una città o a volersi concedere anche di un solo quartiere messi a ferro e fuoco. Qualcuno manovrò la piazza e qualcuno volle che la CGIL divenisse simbolo di una offesa.
Di infiltrati parlò anche l’allora Presidente del Senato La Russa. Ma nessuno ci concesse, e ci ha concesso, di portare sino in fondo questa tesi, bloccando la testimonianza di chi avrebbe aperto da un’altra visione l’intero processo.
La difesa aveva chiesto che si guardasse dentro quei fatti e non soltanto sopra quei fatti.
Aveva chiesto che venissero valutate le prove favorevoli agli imputati; che si interrogassero seriamente le immagini e le sequenze della giornata; che si considerasse la prospettazione difensiva relativa alla presenza e all’azione di soggetti che, inseritisi nella massa dei manifestanti, avrebbero indirizzato e favorito determinati movimenti, sino all’ingresso nella sede della CGIL; che non si confondesse il movimento di una folla con il previo accordo criminoso dei singoli; che non si trasformasse la vicinanza fisica in compartecipazione morale e la leadership politica in responsabilità penale per fatto altrui.
Avevamo chiesto, soprattutto, che il processo avesse il coraggio di confrontarsi con tutto ciò che disturbava la costruzione accusatoria, persino con altre decisioni giudiziarie nelle quali posizioni che la difesa riteneva fattualmente sovrapponibili avevano condotto ad esiti assolutori. Perché non possono esistere due verità processuali inconciliabili senza che almeno ci si assuma l’onere di spiegare, con rigore, per quale ragione ciò che assolve l’uno debba condannare l’altro.
Avevamo chiesto che fosse seriamente riesaminata la compatibilità costituzionale di una lettura dell’articolo 419 capace di dilatare una fattispecie dalla pena spaventosa sino a farle inghiottire condotte che, prese individualmente, avrebbero ben altra qualificazione e ben altra sanzione.
Avevamo chiesto che le questioni prospettate alla Corte non fossero considerate un fastidioso esercizio accademico, ma il tentativo serio ed estremo della difesa di ricordare che nessuna esigenza di ordine pubblico può trasformare l’interpretazione penale in analogia sfavorevole, nessuna riprovazione politica può sostituire la tipicità, nessuna emozione collettiva può colmare ciò che manca nella prova del concorso del singolo.
Il dispositivo di oggi restituisce l’immagine di una porta rimasta serrata… nel mentre gli infiltrati aprirono la porta della sede sindacale ai manifestanti… anche ad un’anziana signora che portava tra le braccia un grazioso cagnolino…
E intanto fuori dall’aula si celebrava a ridosso dell’odierna udienza… un altro processo.
Un processo senza contraddittorio, senza regole probatorie e soprattutto senza appello.
Roberto Fiore e Giuliano Castellino sono stati sottoposti, con particolare ferocia, alla vigilia della decisione, ad una campagna mediatica che li ha rappresentati non già come imputati in attesa di giudizio, ma come simboli da abbattere. Televisioni, radio, giornali, commentatori… parole che si sono inseguite sino a formare una sentenza politica e sociale assai prima della sentenza giudiziaria.
Fiore aveva denunciato ancora questa mattina il peso di quella campagna. Ci si può illudere che il processo viva sotto una campana di vetro, che il giudice non ascolti il rumore della piazza mediatica, che anni di titoli, immagini selezionate, aggettivi ripetuti e anatemi pubblici non costruiscano un’atmosfera. Io non affermo che la Corte abbia deciso perché condizionata da essa… sarebbe affermazione che non posso e non intendo fare. Dico però che proprio quando il rumore esterno è assordante la giurisdizione dovrebbe mostrare con maggiore forza la propria distanza, la propria freddezza nel dubbio…
Oggi quella distanza io non l’ho veduta.
L’avvocato è solo quando tutti hanno già scelto il colpevole ed egli continua ostinatamente a cercare la prova. È solo quando la folla domanda una condanna ed egli domanda una norma. È solo quando la politica pretende simboli e il difensore insiste a parlare di uomini. È solo quando sa che la propria parola sarà deformata come giustificazione dell’ingiustificabile, mentre essa non giustifica nulla… pretende soltanto che lo Stato, prima di togliere otto anni della vita di un uomo, dimostri sino all’ultima sillaba di avere il diritto di farlo.
Questa solitudine non mi spaventa. È il luogo naturale della difesa.
Ciò che spaventa è invece una giurisdizione che rischi di non avvertire più il bisogno del dubbio; una giustizia che, dinanzi al dissenso politico radicale, mostri il volto severissimo che sa invece temperare in mille altri luoghi del diritto… una Corte che, nel pronunciare pene di questa immensità, possa apparire più preoccupata di custodire una narrazione pubblica dei fatti che di lacerarla, se necessario, in nome della prova individuale.
Questa sera mentre le parti civili sbraitano la loro gioia… e festeggiano…  va agli imputati… agli uomini che questa sera tornano alle loro case, alle loro celle come Giuliano Castellino, alle loro famiglie… sapendo che il carcere è divenuto più vicino e la libertà più breve…
È a loro il mio pensiero… mentre cresce in me l’impressione amara di una Corte che oggi mi è apparsa sempre più vicina alla dimensione politica del conflitto e sempre meno capace di mostrare quel volto del diritto che il popolo deve poter riconoscere soprattutto quando è sconfitto, impopolare, odiato, dissidente.
Perché il diritto non ha alcun bisogno di difendere chi tutti vogliono difendere. La sua grandezza si misura quando deve proteggere chi tutti vorrebbero vedere fuori dalle sue garanzie.
E se per continuare a ricordarlo occorrerà ancora la solitudine dell’avvocato, quella solitudine ce la terremo tutta.
Da essa nascerà il giorno della riscossa e della Vittoria… il giorno della verità e della Giustizia…
Nicola Trisciuoglio (difensore di Roberto Fiore e Giuliano Castellino)


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