Riccardo Bianchi
Esiste forse un luogo che racconta meglio di Spin Time il rapporto malato che Roma ha instaurato con il concetto di legalità.
Da oltre tredici anni un immobile occupato abusivamente è diventato molto più di un’occupazione.
È diventato una vera e propria città nella città.
All’interno non ci sono soltanto persone che vi abitano.
Ci sono bar, ristorazione, eventi, concerti, coworking, laboratori, attività culturali, spettacoli, iniziative pubbliche e una continua programmazione che viene promossa apertamente sui social e sui canali ufficiali.
La domanda allora è inevitabile.
Come può un’attività economica e sociale così articolata svilupparsi all’interno di uno stabile occupato abusivamente per oltre tredici anni?
È una domanda che migliaia di commercianti romani si pongono ogni giorno.
Per aprire un bar servono autorizzazioni.
Per organizzare eventi servono permessi.
Per esercitare attività commerciali servono licenze, controlli, norme antincendio, adempimenti fiscali e sanitari.
Chi gestisce un’attività regolare paga affitti, tasse, contributi, bollette e affronta continui controlli.
A Spin Time, invece, tutto nasce da un’occupazione abusiva.
Ed è proprio questo il punto politico.
Non è in discussione l’impegno sociale di molte persone che operano all’interno della struttura.
È in discussione un principio molto più grande.
Può uno Stato accettare che un’occupazione illegale diventi, con il passare degli anni, un modello di gestione permanente?
Nel frattempo arriva anche il conto.
Il Tribunale civile di Roma ha condannato il Ministero dell’Interno a risarcire oltre 21 milioni di euro ai proprietari per il mancato sgombero dello stabile.
Ventuno milioni.
Soldi pubblici.
Soldi che, direttamente o indirettamente, ricadono sulla collettività.
E oggi, dopo l’incendio che ha reso inagibile l’edificio, il Campidoglio discute di assistenza, servizi e possibili soluzioni per il futuro.
Tutto comprensibile sul piano umanitario.
Ma resta una domanda che nessuno sembra voler affrontare.
Chi paga il prezzo dell’illegalità?
Lo paga il proprietario.
Lo paga lo Stato.
Lo pagano i contribuenti.
Lo pagano i commercianti che rispettano le regole.
Lo pagano i cittadini che aspettano una casa attraverso le graduatorie pubbliche.
Ed è questo il vero paradosso romano.
Chi rispetta la legge sostiene i costi.
Chi la viola finisce spesso per sedersi al tavolo delle trattative.
Una democrazia matura deve certamente proteggere le persone fragili.
Ma non può permettere che un’occupazione abusiva diventi, anno dopo anno, una situazione di fatto destinata a essere riconosciuta e finanziata.
Perché quando l’illegalità viene gestita invece che risolta, il messaggio che passa è devastante.
Che rispettare le regole è un dovere solo per chi continua, ogni giorno, a pagarne il prezzo.




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