Giulio Saraceni
Storie e cantastorie: è una tradizione antica, in Italia, quella di raccontare il passato trasformandolo in una polemica politica sul presente. A volte, come nel caso delle vicende che coinvolgono Michela Ponzani e Ignazio La Russa, si assiste all’improvvisa riapertura di conflitti intellettuali e politici che sembrano non esaurirsi mai.
Se Togliatti fosse ancora vivo, probabilmente avrebbe qualcosa da dire sul metodo con cui vengono affrontate queste questioni. E forse bisognerebbe ricordare alla professoressa Ponzani, senza che se ne abbia a male, quale fosse il rigore metodologico dello storicismo togliattiano.
Togliatti era uno storicista rigoroso. Non amava una storia costruita a partire dai singoli fatterelli, isolati dal loro contesto e utilizzati per mascherare, o giustificare, le malefatte di questo o quel protagonista politico. Non gli piaceva, per intenderci, quel modo di fare storia che si potrebbe definire all’inglese, nel quale la selezione degli episodi rischia di diventare uno strumento per sostenere una tesi precostituita.
Il metodo storicista richiede invece di ricostruire i processi, studiare le condizioni concrete in cui si sono sviluppati gli eventi e comprenderne le necessità storiche. Non basta estrarre un episodio dal passato e attribuirgli un significato valido per ogni epoca. Bisogna studiare le circostanze, i rapporti di forza, le responsabilità individuali e collettive, nonché le trasformazioni che intervengono nel tempo.
Lo stesso criterio, per esempio, vale per Stalin: non si può ricondurre ogni evento storico alla sua persona, come se tutto fosse stato necessariamente il risultato di una sua decisione o di un suo colpo di mano. Occorre studiare il contesto, le dinamiche politiche e sociali, i rapporti di potere e le condizioni che resero possibili determinate scelte. Comprendere storicamente non significa assolvere; significa spiegare senza sostituire l’analisi con il giudizio sommario.
È proprio questo rigore che dovrebbe essere richiesto anche quando si discute di Ponzani e La Russa. Richiamare una fotografia del 1973, o riportare alla luce un episodio di oltre cinquant’anni fa, può essere legittimo e persino necessario. Ma bisogna chiedersi quale sia il rapporto tra quel fatto, il suo contesto originario e la questione politica contemporanea alla quale lo si vuole collegare.
Non è sufficiente evocare il passato per dimostrare automaticamente una tesi sul presente. Occorre ricostruire i fatti, documentare le responsabilità e spiegare i nessi storici, evitando che un episodio diventi soltanto un pretesto per alimentare la polemica del momento.
Il vero problema, dunque, non è ricordare ciò che è accaduto nel 1973, né negare l’importanza della memoria storica. Il problema è il metodo con cui quella memoria viene utilizzata. Quando la storia viene piegata a una tesi politica già stabilita, si rischia di trasformare la ricostruzione storica in uno strumento di battaglia ideologica.
Ed è qui che si manifesta il rischio del dogmatismo: non necessariamente quello dichiarato, ma quello che si nasconde dietro la pretesa di possedere una verità indiscutibile sul passato e di poterla trasferire meccanicamente sull’attualità.
La lezione dello storicismo, almeno nella sua esigenza metodologica fondamentale, dovrebbe essere un’altra: studiare prima di giudicare, contestualizzare prima di generalizzare e distinguere sempre tra i fatti documentati, la loro interpretazione e l’uso politico che se ne fa.
Altrimenti, più che fare storia, si finisce per fare propaganda.





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