Giulio Saraceni
“A tornare a zappare”. Quante volte questa espressione è stata usata come un insulto, per sminuire qualcuno o per dire che non era all’altezza di fare altro.
Eppure, se ci pensiamo bene, oggi quella frase merita di essere riletta con occhi diversi.
Non si tratta di un ritorno nostalgico al paesello, né di un’idea bucolica della campagna. Si tratta piuttosto di prendere atto che il modello di sviluppo economico attuale mostra crepe sempre più profonde: produce ricchezza, ma anche disuguaglianze, precarietà e un senso diffuso di inutilità per chi rimane ai margini. E con l’avanzata dell’intelligenza artificiale, molti lavori cambieranno o scompariranno, rendendo ancora più urgente ripensare il rapporto tra lavoro, territorio e comunità.
Forse “tornare a zappare” potrebbe diventare una provocazione positiva. Non nel senso di tornare indietro, ma di riscoprire attività concrete, legate alla terra, alla cura dell’ambiente e alla produzione locale. Potrebbe rappresentare un’opportunità soprattutto per tanti giovani che oggi non studiano e non lavorano, spesso bloccati nell’attesa di un’occasione che forse non arriverà mai.
L’Italia è piena di piccoli borghi e frazioni abbandonate che potrebbero tornare a vivere. Servirebbe una politica lungimirante, capace di favorire il ripopolamento, sostenere nuove forme di agricoltura, artigianato e imprenditorialità diffusa, mettendo al centro le persone e non la semplice logica dello sfruttamento del lavoro.
Forse il futuro non consiste soltanto nell’inseguire tecnologie sempre più sofisticate, ma anche nel recuperare un equilibrio tra innovazione e radici, tra intelligenza artificiale e intelligenza umana, tra crescita economica e qualità della vita.
Perché, in fondo, lavorare la terra non è mai stato un fallimento. Semmai, abbiamo sbagliato quando abbiamo iniziato a considerarlo tale.




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