L'Italia Quotidiano

Un’estate violenta

Giulio Saraceni

Nell’ambito dei ricordi personali rimane il titolo di un film molto famoso, Un’estate violenta, che evocava chiaramente una tragedia di portata epocale: la Seconda guerra mondiale.

Ebbene, questa estate, complice una calura quasi insopportabile, siamo stati spesso costretti a rimanere chiusi nelle nostre stanze d’albergo o nelle nostre case. E, alla fine, anche l’occhio di chi normalmente non guarda molta televisione finisce inevitabilmente davanti allo schermo.

È allora che si rimane colpiti da alcuni programmi incredibili, nei quali sembra non esserci altro argomento che la morte: omicidi, femminicidi, strangolamenti, persone che uccidono e altre che vengono uccise. Le vicende vengono riproposte, analizzate, ricostruite nei minimi particolari, spesso con una quantità di particolari morbosi che trasformano una tragedia reale in uno spettacolo.

Una televisione così sanguinosa e violenta finisce per diventare essa stessa parte del problema. Non si tratta di negare l’informazione, né di nascondere la realtà della criminalità. Si tratta, piuttosto, di chiedersi quale sia il limite oltre il quale l’informazione lascia il posto alla spettacolarizzazione.

E questa domanda dovrebbe riguardare soprattutto il servizio pubblico. Chi paga il canone televisivo potrebbe legittimamente aspettarsi una televisione più attenta ai problemi della società, alla cultura, alla scuola, alla scienza, all’ambiente, al lavoro e alle grandi questioni del nostro tempo. Una televisione capace di informare senza trasformare ogni tragedia in un interminabile feuilleton.

Perché la televisione pubblica dovrebbe rincorrere continuamente i modelli della televisione commerciale? E perché, oltre alla violenza raccontata e spesso esasperata, dobbiamo anche assistere a interminabili blocchi pubblicitari?

Forse sarebbe il caso di ricordare quale dovrebbe essere la funzione del servizio pubblico: non semplicemente conquistare ascolti, ma offrire ai cittadini informazione, cultura e strumenti per comprendere il mondo.

In un’estate nella quale il caldo ci ha costretti a cercare rifugio nelle nostre case, può sembrare una piccola questione. Ma non lo è affatto. Perché ciò che guardiamo, giorno dopo giorno, finisce inevitabilmente per influenzare il modo in cui percepiamo la realtà.

E una televisione che ci racconta il mondo quasi esclusivamente attraverso il sangue, la paura e la morte rischia di consegnarci un’immagine del Paese molto più violenta di quanto il Paese stesso non sia.

Forse, dunque, questa estate così calda potrebbe essere l’occasione per una riflessione semplice: la televisione pubblica dovrebbe fare qualcosa di più che tenerci compagnia. Dovrebbe aiutarci a capire.


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  1. Cosa dire.. Un’analisi dettagliata a tal punto che qualsiasi aggiunta sarebbe sbagliata. Condivido in pieno tutto ciò che è stato…

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