Ramona Castellino
Il 18 agosto 1946 una terribile esplosione sulla spiaggia di Vergarolla, a Pola, spezzò la vita di decine di italiani, tra cui numerosi bambini.
A ottant’anni di distanza, la tragedia resta priva di una verità giudiziaria definitiva.
Ricordarla significa rendere giustizia alla memoria delle vittime e a una comunità istriana costretta negli anni successivi all’esodo.
Ottant’anni fa, il 18 agosto 1946, la spiaggia di Vergarolla, a Pola, si trasformò in pochi istanti in una scena di devastazione.
Era una giornata di festa: famiglie, giovani e bambini si erano riuniti per assistere alle tradizionali gare della Coppa Scarioni, organizzate dalla società sportiva Pietas Julia.
Pola viveva allora una situazione drammatica.
La guerra era terminata da poco, ma il confine orientale italiano rimaneva segnato da tensioni nazionali e politiche profonde.
La città, ancora sotto amministrazione militare alleata, si trovava al centro della contesa territoriale che avrebbe portato alla definitiva annessione alla Jugoslavia.
Nel pomeriggio, una serie di ordigni bellici accatastati nei pressi della spiaggia, esplose con una violenza devastante.
Il bilancio fu terribile: le ricostruzioni più prudenti parlano di oltre ottanta vittime, mentre altre stime arrivano a circa cento morti.
Molti corpi furono dilaniati dall’esplosione e non poterono essere identificati.
Tra le vittime vi erano anche numerosi bambini.
Una tragedia rimasta senza colpevoli
Fin dall’inizio, la dinamica dell’esplosione alimentò interrogativi.
Gli ordigni presenti sulla spiaggia erano residuati bellici che avrebbero dovuto essere stati messi in sicurezza.
L’ipotesi di un incidente fu quindi immediatamente contrapposta a quella di un’azione deliberatamente provocata.
Nel corso dei decenni, diverse ricerche storiche hanno rafforzato l’ipotesi dell’attentato, anche attraverso l’esame di documentazione britannica.
Ma una cosa è rimasta immutata: nessun responsabile è mai stato condannato per la strage.
Ed è proprio questo uno degli elementi che rendono Vergarolla una ferita ancora aperta nella memoria italiana.
Non si tratta soltanto di stabilire una responsabilità penale ormai difficilissima da perseguire dopo ottant’anni.
Si tratta di comprendere fino in fondo ciò che accadde e di riconoscere alle vittime il posto che meritano nella storia nazionale.
Vergarolla non può essere separata dalla tragedia più ampia vissuta dagli italiani dell’Istria nel secondo dopoguerra.
Pola era una città profondamente italiana.
Nel nuovo assetto politico imposto alla frontiera orientale, la popolazione italiana si trovò progressivamente sottoposta a pressioni, paure e profonde trasformazioni.
Negli anni successivi, la grande maggioranza degli italiani di Pola avrebbe lasciato la propria città.
La strage di Vergarolla non fu l’unica causa dell’esodo, che ebbe origini politiche, territoriali e sociali molto più complesse.
Ma per molti rappresentò un momento decisivo: dopo quella giornata di sangue, la sensazione che non vi fosse più un futuro sicuro per la comunità italiana, divenne ancora più forte.
Per questo Vergarolla è anche una pagina della storia dell’esodo istriano.
Tra le figure che più di ogni altra incarnano la tragedia vi è il medico Geppino Micheletti.
Dopo l’esplosione, Micheletti accorse per assistere i feriti e rimase in prima linea nell’opera di soccorso.
La sua vicenda personale rende ancora più drammatica quella giornata: nella strage aveva perso i suoi due figli.
Eppure continuò a curare i feriti.
La sua figura rappresenta una delle testimonianze più potenti di quella tragedia: davanti alla morte e alla disperazione, il dovere verso il prossimo prevalse sul dolore personale.
È una storia che merita di essere trasmessa alle nuove generazioni, perché ricorda che anche nelle pagine più oscure della storia possono emergere esempi luminosi di coraggio, sacrificio e responsabilità.
Per troppo tempo Vergarolla è rimasta ai margini della memoria pubblica italiana.
La storia del confine orientale è stata spesso affrontata attraverso contrapposizioni ideologiche che hanno finito per oscurare ciò che dovrebbe venire prima di ogni disputa politica: il dolore delle vittime.
Ricordare Vergarolla non significa alimentare l’odio né trasformare la memoria in una guerra permanente contro altri popoli.
Significa riconoscere che anche le vittime italiane dell’Istria appartengono pienamente alla storia nazionale.
Oggi, a ottant’anni dalla tragedia, le commemorazioni e le iniziative dedicate a Vergarolla stanno contribuendo a riportare questa pagina alla coscienza pubblica.
È un passo importante, ma la memoria non può limitarsi a una celebrazione annuale.
Serve conoscenza.
Servono ricerca storica, testimonianze, documenti e un’educazione capace di trasmettere ai giovani ciò che accadde.
La storia non restituisce la vita alle vittime.
Non può cancellare il dolore delle famiglie e non può riportare indietro il tempo.
Può però impedire che una tragedia venga dimenticata.
A ottant’anni da quel 18 agosto, Vergarolla deve tornare a essere ricordata per ciò che fu: una tragedia immane che colpì una comunità italiana, una ferita dell’Istria e una delle pagine più dolorose del nostro dopoguerra.
E insieme ai nomi delle vittime bisogna ricordare anche coloro che, come Geppino Micheletti, davanti alla morte seppero scegliere il servizio, il coraggio e la cura dell’altro.
Perché la memoria dei morti non appartiene a una parte politica.
Appartiene alla coscienza di una nazione.
Ottant’anni dopo, Vergarolla non chiede vendetta.
Chiede dignità.
Chiede di essere ricordata.




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