La Redazione
La visita di Volodymyr Zelensky a Belgrado avrebbe dovuto rappresentare, secondo una certa narrazione, un ulteriore passo verso l’avvicinamento della Serbia all’Occidente e all’Unione europea.
La realtà, però, racconta una storia più complessa.
Durante l’incontro con il presidente serbo Aleksandar Vučić, Belgrado e Kiev hanno discusso di cooperazione economica, infrastrutture e rapporti bilaterali, ma non di una cooperazione militare diretta.
E soprattutto, Vučić ha ribadito la posizione serba sulle sanzioni: Belgrado non intende, almeno per ora, aderire alle misure contro la Russia.
Un messaggio tutt’altro che secondario.
La Serbia continua infatti a perseguire una politica estera autonoma, mantenendo contemporaneamente aperto il dialogo con Bruxelles, Kiev e Mosca.
E il rapporto con la Russia non riguarda soltanto i palazzi della politica.
Nella società serba resta forte una componente filorussa, particolarmente evidente anche nel mondo del calcio. La tifoseria della Stella Rossa di Belgrado, attraverso le celebri Delije, ha più volte esibito simboli di vicinanza alla Russia e alla tradizione ortodossa.
Le imponenti coreografie del Marakana sono diventate negli anni una delle espressioni più visibili di questo sentimento identitario.
La visita di Zelensky, quindi, non può essere automaticamente interpretata come una svolta strategica di Belgrado.
Vučić deve continuare a tenere insieme rapporti con l’Unione europea, legami storici con Mosca e la delicatissima questione del Kosovo.
Belgrado dialoga con Kiev, ma non chiude la porta a Mosca.
È questa la realtà di una Serbia che rifiuta di scegliere sotto pressione e continua a rivendicare la propria autonomia diplomatica.
Zelensky può arrivare a Belgrado, dunque.
Ma questo non significa che la Serbia abbia deciso di rompere con la Russia.




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